2 – Introduzione

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Introduzione

“La scienza non è per sua natura in grado di illuminare uno spirito privo di luce, né tale da permettere a un cieco di vedere; la sua funzione non consiste nel dargli la vista, ma nell’educargliela e nel dirigere i suoi passi, a condizione che egli sia provvisto di buoni piedi e di gambe salde e diritte”. [1]

Nella letteratura didattica per chitarra classica non figura alcun trattato che riesca a delineare il tracciato storico delle scuole chitarristiche. Chi sono infatti quei maestri chitarristi che possano dirsi dei capiscuola? Chi sono gli allievi che avrebbero dovuto svilupparne la scuola, farla evolvere di pari passo con il linguaggio musicale? E se la chitarra può vantare alcuni metodi scritti dai grandi maestri dell’Ottocento come Carulli, Carcassi, Giuliani, Aguado e Sor, è utile domandarsi se a tutt’oggi la loro metodologia possa essere ancora valida e adatta alle esigenze contemporanee? Lo studio di una tecnica che risale al XIX secolo sarebbe inadeguata o quantomeno insufficiente per affrontare il repertorio moderno e contemporaneo. Basti pensare che il linguaggio contrappuntistico di tipo barocco, ampiamente presente nelle composizioni di Bach eseguite oggi da molti chitarristi, fu ritenuto impraticabile fino agli anni ’40 del Novecento.

A differenza del pianista che può trovare un valido sostegno didattico per ogni “stagione” del pianoforte e giungere con graduale continuità tecnica e stilistica fino alla musica contemporanea, il chitarrista non può beneficiare di analoghi percorsi didattici.” [2]

Partendo da queste considerazioni il maestro Mauro Storti arriva a delineare un progetto didattico completo e ragionato per la formazione tecnica e musicale del chitarrista trattando in modo analitico temi fino ad oggi totalmente inesplorati  o mai indagati a fondo.

Il suo innovativo approccio metodologico, frutto di una lunghissima gestazione, è concepito a ritroso rispetto agli altri metodi, ossia partendo dall’analisi delle strutture musicali per risalire alle tecniche strumentali occorrenti per la loro realizzazione pratica. Come osserva acutamente Arnaud Dumond: ‘’Lo scoglio principale della pedagogia per chitarra classica risiede nella difficoltà di far passare le eccezioni prima delle regole; nel formare delle mani in vista di prodezze rare o di posizioni particolari quando ancora le basi di una pratica stabile e agevole non sono assicurate’’.[3]

Se è vero che “L’artista si distingue dall’artigiano per la qualità del fare” [4] è inconcepibile pensare di poter raggiungere una qualunque grande meta artistica se non si acquisisce prima un’adeguata capacità artigianale. Come l’apprendista orafo si esercita con lima e martello su vili metalli prima di occuparsi di preziosi gioielli, così il chitarrista principiante si deve esercitare a fondo prima di passare al materiale di alta qualità artistica. Infatti per il chitarrista ancora agli albori del suo percorso l’esercizio in sé è più importante del materiale sul quale viene praticato. Soltanto con il progredire degli studi il livello artistico del repertorio didattico potrà e dovrà elevarsi, anche sul piano interpretativo, grazie alla disponibilità di più cospicue risorse tecniche.[5]


[1] Michel de Montaigne
[2] Mauro Storti, La didattica chitarristica tra Ottocento e Novecento, Casa Musicale Eco, Monza.
[3] Arnaud Dumond, Répertoire Pédagogique, Editions Musicales Transatlantiques, Paris.
[4] E. Ansermet.
[5] Mauro Storti, Trattato di chitarra, Nuova Carish, Milano.

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